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giovedì 28 gennaio 2010

La prima cosa bella (Italia 2010) di Paolo Virzì

Esiste etichetta cinematografica più abusata della “commedia all’italiana”? Il periodo del suo massimo fulgore ha avuto la breve durata di un quindicennio (da fine anni cinquanta a metà anni settanta), ma da allora in poi pochi registi hanno resistito a rifugiarsi sotto le insegne di un genere tanto amato e a proclamarsene di volta in volta i “veri eredi”: tanto che oramai il nobile marchio di “commedia all’italiana” non si nega più a nessuno, nemmeno alle vanzinate più insultanti o alle pieraccionate più insignificanti.

Paolo Virzì è l’eccezione alla regola: l’unico regista che può davvero considerarsi degno epigono della gloriosa tradizione dei Risi, degli Scola, dei Monicelli. Non solo perché il suo cinema è uno dei pochi che ha il coraggio di guardare alla realtà contemporaneo con lo stesso intento critico e beffardo dei Mostri e del Sorpasso. Ma anche e soprattutto per la capacità di raccontare storie emblematiche ed appassionanti, ben calate in un contesto sociale acutamente descritto e popolate di personaggi a tutto tondo con i quali è facile identificarsi: in poche parole, per la sua straordinaria abilità narrativa.

Il suo ultimo film, rispetto a quelli precedenti e soprattutto a Tutta la vita davanti, è un’opera sicuramente meno sociale e più individuale, meno impegnata a descrivere l’attualità e più dedita alla riflessione personale. Virzì sembra risentire di quello stesso clima di ripiegamento autobiografico che si respira nelle ultime, recenti prove di Giuseppe Tornatore (Baarìa), Michele Placido (Il grande sogno) e Sergio Rubini (L’uomo nero), e analogamente a loro mette in scena luoghi e tempi del proprio passato – che nel suo caso si identificano rispettivamente con Livorno e con gli anni settanta/ottanta.

La prima cosa bella è la storia di Anna, madre esuberante, ingenua e bellissima che con la sua bulimia di vita e di esperienze (passa da un uomo all’altro, da un lavoro all’altro, da un’abitazione all’altra trascinandosi dietro i figli) finisce per “rovinare la vita” alle persone che le stanno intorno. I fatti sono visti dagli occhi dell’introverso figlio Bruno, che è fuggito da Livorno dopo l’adolescenza e adesso, quarantenne, è costretto a farvi ritorno per via della malattia allo stadio terminale che ha colpito la madre. Presente e passato si alternano: assistiamo in flash-back alla giovinezza frenetica di Bruno e della sorellina Valeria e alle vicissitudini romanzesche di una famiglia fuori dall’ordinario, dominata in tutto e per tutto da una figura materna tanto discutibile quanto sinceramente legata ai figli. Sullo sfondo c’è l’amata e odiata città natale, una Livorno ben poco idealizzata ma anzi raffigurata come un covo di grettezza e meschineria dove l’esuberanza, la vitalità e le ambizioni di successo di Anna non possono che naufragare miseramente.

Nella sceneggiatura scritta da Virzì con Francesco Bruni e Francesco Piccolo ci sono colpi di scena da feuilleton e ci sono alcune concessioni ai cliché più facili (la sorella zitella piena di rancore, il vicino silenziosamente innamorato …). Ma quale altro regista sarebbe riuscito a caricare di tanta empatia e sentimento (che non vuol dire sentimentalismo) le mille disgrazie di personaggi tutt’altro che positivi, ma che alla fine ci risultano amabili perché li sentiamo veri, vivi, identici a noi?

Virzì forse non è mai stato così impietoso, i suoi antieroi mai così palesemente esibiti nei loro difetti (la chiusura affettiva di Bruno, l’immaturità di Valeria, e ovviamente l’ingenuità e la volubilità di Anna), eppure il suo sguardo resta carico di affetto e di partecipazione, capace di farci ridere e commuovere di fronte alle loro improbabili e travagliate vicissitudini che ricordano molto Dickens (non a caso uno dei suoi autori preferiti): qui sta il legame autentico di Virzì con la commedia all’italiana, in questa alternanza di crudeltà e di carezze, di lacrime e di sorrisi, dove il calore della tenerezza è più intenso proprio perché nasce dalla sofferenza e dal dolore.

Un cinema così sentimentale e umanista vive di grandi personaggi, quindi di grandi attori. Accanto a collaboratori abituali come Mastrandrea, la Pandolfi e la moglie Michaela Ramazzotti (molto bravi, soprattutto lui), Virzì chiama Stefania Sandrelli ad interpretare Anna in età matura, rendendo così esplicito omaggio al personaggio e al film che più di tutti hanno ispirato il progetto: la fragile ed esuberante protagonista del bellissimo Io la conoscevo bene, girato nel 1965 da Antonio Pietrangeli.

http://www.informarezzo.com/index.php/cinema-e-teatro/1956.html

martedì 12 gennaio 2010

Io la conoscevo bene (Italia 1965) di Antonio Pietrangeli

Antonio Pietrangeli è l’unico regista della commedia all’italiana che si è dedicato con coerenza e dedizione all’approfondimento dei personaggi femminili, tanto che i suoi film più belli – Adua e le compagne (1960), La parmigiana (1963), La visita (1963) – sono sempre ritratti di donne.

Io la conoscevo bene continua su questa scia ed è un film bello, anzi meraviglioso. E’ un altro ritratto di donna ed è anche – per impostazione, personaggi, ambienti, tematiche – una tipica commedia all’italiana, caratterizzata però da un veste formale di derivazione francese assolutamente inedita nel cinema italiano di quegli anni. Non c’è una trama dallo svolgimento lineare ma una struttura frammentata, “a mosaico”, dove le scene si susseguono senza un apparente ordine logico o cronologico e si procede per accumulo di episodi anche brevissimi.

E’ una scelta non fine a sé stessa ma indissolubilmente legata al soggetto. Io la conoscevo bene è il ritratto di una ragazza di vent’anni, Adriana, che ha lasciato la famiglia di contadini e si trasferita a Roma con generiche ambizioni di successo: la sua vita, che si svolge nella squallida periferia del “gran” mondo del cinema e della pubblicità, è una girandola disordinata e confusa di incontri, esperienze, legami, promesse e speranze che puntualmente si rivelano fallimentari. In tutto questo Adriana non perde mai la speranze né il sorriso sulle labbra. Il suo approccio alla vita è caotico e istintuale, le mille umiliazioni che subisce le scivolano sempre addosso senza lasciare traccia.

Questa almeno è l’impressione che abbiamo per quasi tutto il film: sarà il finale brusco e tragico (evidenti le analogie con un’altra grande commedia all’italiana, Il sorpasso, anche quella sceneggiata da Scola e Maccari) a imprimere una luce sinistra a tutta la vicenda. Ma già in precedenza alcuni episodi – l’incidente stradale all’inizio, la morte della sorella – si erano posti come inquietanti epifanie, segnali di morte nella frenetica giostra di canzonette, parrucche, balli e locali che costituiscono il mondo di Adriana.

Siamo, lo ripeto, nella più pura tradizione della commedia all’italiana, un genere che trae linfa comica dall’osservazione di una realtà amara e persino tragica e che ha sempre giocato sull’alternarsi (o reciproco rispecchiarsi) dei due registri. Ma il film di Pietrangeli va oltre: svela, come a nessun altra commedia è mai riuscito, il cuore oscuro di una società solo apparentemente spensierata che non esita a stritolare chi non ha il cinismo necessario per sopravvivere.

Adriana, vittima tutt’altro che incolpevole, attraversa il film con l’incoscienza e la cieca fiducia nel futuro di chi è troppo ingenuo per capire le implicazioni autentiche di un gioco più grande di lei. “Le va tutto bene. Non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità. Non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente. Ambizioni zero, morale nessuno, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana”. Il suo è senza dubbio uno dei personaggi femminili più complessi e indimenticabili del cinema italiano, splendidamente interpretato da una Stefania Sandrelli reduce dalle commedie di Pietro Germi e imposta da Pietrangeli contro il parere di tutti. Non meno accurata è ovviamente la descrizione del contesto sociale ed ambientale, ben esemplificato dal brulicare di squallida umanità che gravita attorno ad Adriana. Indimenticabile, pur nella sua fugace presenza, è il personaggio di Ugo Tognazzi nei panni di un attore d’avanspettacolo decaduto disposto a qualunque umiliazione pur di lavorare: lo spettacolino che improvvisa sopra il tavolo durante il party è una delle vette crudeli e patetiche del nostro cinema.

Il moralismo è in agguato, come sempre nella commedia all’italiana: ma Pietrangeli se ne tiene ben distante e, grazie allo stile frammentario e distaccato, riesce a mantenere uno sguardo in equilibrio fra il cupo pessimismo e la compassione nei confronti della sua sfortunata eroina.