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mercoledì 20 gennaio 2010

A single man (USA 2009) di Tom Ford

Patinato, gelido, elegante, finemente lavorato nei minimi dettagli come un abito d’alta sartoria: l’esordio alla regia di Tom Ford è esattamente il film che ci aspetterebbe da uno stilista prestato alla macchina da presa. La fonte è l’omonimo romanzo di Christopher Isherwood, grandissimo scrittore omosessuale autore fra le altre cose di quell’Addio a Berlino dal quale Bob Fosse aveva tratto Cabaret. Il single man del titolo è George Falconer, professore universitario di mezza età devastato dal lutto per la morte accidentale del compagno e deciso a uccidersi entro la giornata con un colpo di pistola. Il film è la minuziosa descrizione di questa (ultima?) giornata, divisa fra i ricordi personali, il tran tran professionale, i preparativi per il suicidio e soprattutto due incontri – l’amica ed ex amante Charlotte, il giovane studente Kenny – che forse lo faranno desistere dal suo proposito.

Ford ha tenuto a precisare che non ha girato un “film gay”, e in effetti le intenzioni sembrano molto più ambiziose. Non si parla tanto di omofobia e minoranze (argomenti che vengono comunque accennati) ma di temi universali come il dolore, l’amore, la solitudine: il protagonista, un uomo che nasconde il proprio collasso emotivo dietro la maschera grigia dell’insegnante irreprensibile e abitudinario, compie un percorso di rinascita e di salvezza interiore che passa attraverso l’elaborazione del lutto, il confronto con gli altri personaggi e la speranza, sia pure accennata, di una nuova relazione.

L’ambientazione nei primi anni sessanta – immancabili i riferimenti a Kennedy, Cuba, la guerra fredda, la baia dei porci – vorrebbe forse suggerire echi e paralleli fra la crisi personale di George e quella pubblica di un’America che vive nel terrore del futuro e delle testate nucleari, ma sembra anche un richiamo evidente al melodramma classico di tradizione sirkiana, peraltro riecheggiato anche nelle musiche, nella trama, nella fotografia, nella patina sgargiante e artificiosa dell’insieme.

Il problema è che, a differenza dei melò di Douglas Sirk, nel film di Tom Ford non c’è anima e non c’è passione: difetto non da poco, in un’opera che vuole soprattutto parlare di sentimenti. Sono certamente da elogiare la freddezza e la misura con la quale il regista esordiente si è accostato al soggetto, ma l’impressione che se ne ricava non è tanto quella di un pudico rigore, quanto di un’asettica levigatezza da paginone pubblicitario di Vogue.

Nel tentativo di dare concretezza al dramma del protagonista, la regia di Ford si concentra su corpi, oggetti, ambienti e suoni; “disegna” le inquadrature con un’attenzione maniacale al dettaglio; organizza il décor con certosino scrupolo filologico: ed è tutto perfetto, tutto impeccabile. Come sono impeccabili gli attori: l’incensatissimo Colin Firth, effettivamente ammirevole nella sua recitazione intensa e trattenuta, il bel faccino sensuale di Nicholas Hoult (Tony del telefilm Skins), e la sempre splendida e cotonatissima Julianne Moore, volenterosamente impegnati a conferire anima a personaggi alquanto stereotipati.

Ma di fronte a tanta profusione di stile l’emozione è carente, la trasposizione corretta e nulla di più. Difficile, del resto, trovarsi in sintonia con un’estetica tanto leccata e pulitina, fra flash-back in bianco e nero, bagni in mare al chiaro di luna, ralenti di pettorali sudati e, ovviamente, tanti tanti abiti firmati dallo stesso Tom: roba che manderà in brodo di giuggiole designer, grafici e cultori della moda, ma lascerà probabilmente freddini coloro che dal cinema si aspettano, oltre la calligrafia, anche qualche barlume di vita.

martedì 5 gennaio 2010

La notte brava del soldato Jonathan (The Beguiled, USA 1971) di Don Siegel

Al tempo della guerra di secessione il caporale nordista Jonathan McBurney (Clint Eastwood), abbandonato dai suoi in territorio nemico e gravemente ferito, viene accolto nel collegio femminile gestito dalla mano ferrea di Miss Farnsworth (Geraldine Page). L’inaspettato arrivo scatena immediatamente turbamenti erotici e rivalità all’interno del microcosmo: il bel soldato dapprima cercherà di approfittarne, ma poi il gioco gli sfuggirà di mano con conseguenze tragiche soprattutto per sé stesso.

Flop al botteghino, ancora oggi sciaguratamente meno noto di quanto dovrebbe, La notte brava del soldato Jonathan è il Siegel/Eastwood che non ti aspetti: un cupo dramma con venature gotiche che esula quasi del tutto dalla produzione tipica del regista ma che rientra a buon diritto fra i suoi capolavori, interpretato da un Clint che sembra quasi fare la parodia al suo solito personaggio duro e tutto d’un pezzo. Anche lo stile è insolito: fiammeggiante, composito, pieno di ralenti onirici e sovrimpressioni, quindi lontano dalla secca e violenta concitazione che in genere si attribuisce a Siegel.

A non essere cambiato è la visione del mondo del regista, il suo universo (im)poetico dominato dal cinismo e dalla crudeltà, dove non c’è spazio per sentimenti autentici ma si assiste alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo o, in questo caso, della donna sull’uomo. Da più parti tacciato di misoginia, La notte brava mette sotto accusa non il genere femminile (la natura umana è ugualmente marcia in entrambi i sessi) ma piuttosto l’ipocrisia, la repressione degli istinti sessuali imposta dai costumi e dalla morale.
Nel clima soffocante e claustrofobico del collegio, dove le pulsioni sessuali vengono represse dietro i rigidi codici di comportamento imposti dalla morale e dall’educazione, è inevitabile che l’arrivo di una presenza estranea, maschile, finisca per catalizzare le attenzioni sempre più patologiche delle protagoniste e scatenare la tragedia.
La guerra di secessione sullo sfondo, della quale vengono evidenziati gli aspetti più cruenti e messe in ridicolo le nobili motivazioni, non fa che riprodurre e amplificare il clima morboso del microcosmo. Fedele al proprio pessimismo, il regista rinuncia al lieto fine e conclude il film con il trionfo generalizzato della menzogna e del perbenismo, con il ritorno di quelle maschere che la presenza del soldato Jonathan aveva, solo per un po’, fatto calare.
Da supposto “mestierante” di B-movies, Siegel si dimostra uno straordinario esploratore di psicologie, capace di scavare nell’intimo dei suoi personaggi e di portarne a galla i lati più nascosti (si veda lo sconcertante sogno erotico di Miss Farnsworth) aiutato dall’interpretazione di attrici come Geraldine Page ed Elizabeth Hartman. Lo stile onirico e barocco, pieno di ricercatezze formali mai fini a sé stesse (l’incipit e il finale girati in un simbolico bianco e nero), asseconda questo scavo nell’inconscio che spesso assume tinte espressioniste, da incubo horror, come nella scena dell’amputazione della gamba.

martedì 29 dicembre 2009

Tempesta su Washington (Advise and Consent, USA 1962) di Otto Preminger

Dramma fantapolitico tratto dal bestseller di Allen Drury e ben sceneggiato da Wendell Mayes, Tempesta su Washington è incentrato sulla furibonda lotta che si scatena nel Senato in seguito all’inaspettata candidatura presidenziale dell’intellettuale di sinistra Leffingwell sospettato di simpatie filocomuniste. Il gioco perverso di ricatti incrociati, manovre di corridoio e complicate macchinazioni ordite soprattutto dal senatore di destra Cooley avrà un finale inaspettato, ma anche conseguenze tragiche per un onesto senatore con qualche scheletro nell’armadio.

Alle prese con una trama complicata e fitta di personaggi, Preminger è riuscito bene a tenere in mano le redini dell’intreccio, confezionando un film molto teatrale e molto dialogato ma anche sorprendentemente solido e coinvolgente, centrato su un’inedita rappresentazione dei meccanismi del potere. Ricatti, arrivismo, intrighi di ogni genere sono gli elementi che dominano il quadro, descritti con una spregiudicatezza nuova per l’epoca, quando la piaga maccartista era ancora un ricordo vivo.

Il moralismo è tenuto abilmente a freno, ma dove vadano le simpatie del regista - fra il feroce anticomunismo di Cooley (Charles Laughton, istrionico e memorabile alla sua ultima interpretazione) e l’idealismo di Leffingwell (Henry Fonda nel suo solito personaggio di americano integerrimo e virtuoso) - è evidente: nell’America degli anni Sessanta non c’è più spazio per l’ottusa perseveranza di principi ormai usurati. L’operazione non si traduce comunque in una denuncia qualunquistica del sistema parlamentare. L’alternanza di vita pubblica e vita privata serve invece a sottolineare il peso della responsabilità individuale dei singoli personaggi, ognuno dei quali perfettamente descritto nel suo contesto e caratterizzato a tutto tondo: il merito è anche delle splendide prestazioni degli attori, fra i quali, oltre a Laughton e Fonda, c’è da segnalare la sempre bellissima Gene Tierney nel ruolo della senatrice Harrison.

Tempesta su Washington ha anche un ruolo importante nella storia del rapporto fra cinema e costume sessuale. Insieme a Quelle due, girato lo stesso anno da William Wyler, è il primo film hollywoodiano nel quale viene trattata esplicitamente la tematica omosessuale (ci sono delle scene ambientate addirittura in un locale gay) e contribuì notevolmente a scardinare le regole oramai anacronistiche del famigerato Codice Hays.